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9 marzo 2005
La commissione mista ripara le gaffe degli americani?

Sulla morte di Nicola Calipari e il ferimento di Giuliana Sgrena, Stati Uniti e Italia, che hanno «un rapporto molto forte», arriveranno insieme alla verità: «Insieme, andremo a fondo di questa vicenda e conosceremo tutti i fatti», dice il portavoce del Dipartimento di Stato, l'ambasciatore Richard Boucher.

 

Le parole di Boucher aggiustano una situazione che stava assumendo toni tesi, e colmano solo in parte il vuoto lasciato dal silenzio di Bush nel discorso pronunciato ieri alla National Defense University. Il presidente americano non ha citato l'Italia né ha fatto riferimento alla vicenda di Calipari e della Sgrena. Parlando della lotta contro il terrorismo e, in particolare, dell'Iraq, Bush ha segnalato i contributi nazionali di alcuni Paesi, senza parlare di quelli italiani.

 

Il Dipartimento di Stato deve riparare anche alla goffaggine del Pentagono. Il generale Casey, nella conferenza stampa di ieri al Pentagono sul caso Calipari, è pressato dalle domande e fa confusione fra quello che è vero, quello che sa e quello che è disposto a dire e finisce con il convincere tutti che non sta raccontando le cose per intero e giuste. Egli afferma «non avere informazioni» di comunicazioni tra gli italiani e gli americani a Baghdad sull'epilogo del sequestro Sgrena. Ma, nonostante il portavoce del Pentagono Lawrence DiRita tenti di limitare i danni, Casey insiste: «Personalmente, non sapevo nulla di quello che stavano facendo gli italiani».

 

Anche la stampa americana ha contribuito a gettare altra benzina sul fuoco. Quella d'ispirazione conservatrice, come il Washington Times, vicino agli ambienti militari, o il Wall Street Journal, vicino agli ambienti finanziari, mette l'Italia e gli italiani nel mirino. I servizi segreti italiani sono colpevoli di non avere coordinato con gli americani iniziative e movimenti, scrive il WT. E «la signora Sgrena» -sostiene il WSJ- «parla davvero troppo»: «se fosse stata una giornalista americana, avrebbe avuto la gola tagliata».

 

D’altro canto il New York Times, in un durissimo editoriale, critica le regole d'ingaggio che hanno portato alla tragica sparatoria: «La cosa peggiore di questa vicenda è che l'attacco non è un caso isolato», scrive il quotidiano, ricordando la tragedia - documentata da fotografie- di due genitori iracheni crivellati di colpi a gennaio, a un posto di blocco vicino a Mossul, sotto gli occhi dei quattro bambini che viaggiavano in auto con loro. Anche per il NYT, entrambi i casi, «e centinaia d'altri presumibilmente», sono «la terribile testimonianza del costo umano della guerra dell'America con l'Iraq e della successiva occupazione». I civili iracheni «non devono vivere solo nel terrore dei kamikaze e dei ribelli mascherati, ma devono avere paura anche di essere scambiati per ribelli da forze americane sul chi vive, cui è stato detto di sparare prima e poi di chiedersi perche' lo hanno fatto».

 

Il New York Times osserva inoltre che ogni caso di civile ucciso da 'fuoco amico' «danneggia l'immagine già scossa degli Usa all'estero e fa il gioco degli estremisti». Chi scrive le regole d'ingaggio deve renderle il più a prova di errore possibile: «Nessuno vuole che i nostri soldati siano uccisi da attentatori suicidi che arrivano troppo vicino, ma nessuno vuole neanche che abbiano sulla coscienza l'uccisione per errore d'un eroico agente segreto o del massacro per errore dei genitori di quattro bambini davanti ai loro occhi».




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politica estera
9 marzo 2005
La splendida performance del generale Casey

E' stata una raffica di domande sul caso Sgrena-Calipari, quella che ha travolto ieri al Pentagono il generale a quattro stelle George Casey, comandante della Forza multinazionale in Iraq.

 

Casey ha dedicato la prima parte del briefing - in una delle sue rare visite negli Usa da quando è l'ufficiale di più alto grado in Iraq - a descrivere i progressi compiuti nell'addestramento dei soldati iracheni, senza accennare alla sparatoria. Il tema dell'uccisione di Calipari è emerso fin dalle prime domande e ha poi dominato la conferenza stampa.

 

Ecco alcuni degli scambi tra il generale e la stampa:

 

- Chi sta conducendo l'inchiesta e come è strutturata? E ci sono indicazioni preliminari che gli italiani abbiano detto agli Stati Uniti che (la Sgrena) era libera ed era diretta all' aeroporto?

«Stiamo ancora lavorando alle modalità dell'inchiesta. Il brigadier generale Peter Vangjel condurrà la nostra indagine. E stiamo lavorando a stretto contatto con gli italiani sulla loro partecipazione all'indagine. Visto ciò che sta accadendo, non andrei oltre questo. E non ho niente di concreto da rispondere alla seconda parte della domanda».

 

- Gli italiani hanno indicato che c'era stata una comunicazione. Chiedevo se c'era un'indicazione preliminare.

«Non ho un'indicazione preliminare che questo sia vero».

 

E' un'indagine congiunta con gli italiani o state facendo inchieste separate e lavorate semplicemente insieme?

«Stiamo ancora lavorando sulle modalità. Per come le cose stanno al momento, la mia aspettativa è che sarà un'indagine congiunta».

 

- Quanto tempo richiederaà l'indagine? Quali sono le pene che rischiano i soldati?

«Queste indagini di solito richiedono tre o quattro settimane per essere completate. Non commento sulla natura di quali potrebbero essere le accuse, perchè non ho alcuna informazione specifica».

 

- Generale, lei ha detto di non aver indicazioni preliminari che sia vero (che c’è stato un contatto). Per essere chiari, a cosa si riferiva?

«Gli italiani avevano comunicato qualcosa riguardo al recupero (della Sgrena) e ho detto che personalmente non ho alcuna indicazione di ciò, neppure in via preliminare.

 

- Quindi, quello che lei sta dicendo è che a questo punto lei non ha informazioni che alcuna autorità italiana abbia comunicato con gli Stati Uniti riguardo al viaggio di quella sera?

«Io, George Casey, non ho informazioni su questo» (fa il gesto di un giuramento, seguito dalle risate dei giornalisti)

 

- Perchè il governo italiano dice di avervi informato...

«Giusto. E io sta dicendo che personalmente non ho informazioni in questo senso, ok?».

 

- Se ci fossero state informazioni, sarebbero arrivate a lei?

«Vorrei sperarlo».

 

- Generale, l'aereo era all'aeroporto, quindi qualcuno sapeva che gli italiani stavano arrivando all'aeroporto per portar via questa giornalista e gli agenti dei servizi. Chi era a conoscenza che l'aereo era all'aeroporto?

«Penso sia qualcosa che stabilirà l'indagine».

 

- Lei non sa chi ha comunicato i dettagli?

«Come ho detto, no. Non ho questa informazione».

 

- In pratica, quindi, lei non ha alcuna informazione, né sull'aereo che era all'aeroporto, né su ciò che è avvenuto sulla strada?

«Ho qualche informazione riguardo a ciò che è accaduto al checkpoint»

 

- Può dirci qualcosa di più? Che informazioni ha che magari noi non abbiamo?

«No, preferirei lasciare all'ufficiale che conduce l'inchiesta mettere tutte queste cose in prospettiva».

 

- Ma lei sa la risposta a queste domande e non ce le dice, oppure deve anche lei attendere l'indagine?

«In questi casi, diamo il lavoro all'ufficiale incaricato delle indagini e lui va a cercare tutti i dettagli. Sono sicuro che state raccogliendo frammenti da ogni parte, e questo è il motivo per cui facciamo un'inchiesta, per valutare tutte queste cose e dirci cosa è accaduto».




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28 luglio 2004
Le primarie del trasformista...

Poveri noi, che ancora ci ostiniamo a leggere il "Trasformista", nella speranza che qualcosa si muova... Niente o meglio qualcosa si muove ma nel senso sbagliato. Un editoriale di oggi, ci spiega quali dovrebbero essere le 4 regole irrinunciabili, per far si che anche nel nostro paese si possano avere delle primarie democratiche e funzionali.

Il primo assioma, sul corpo elettorale è quasi completamente condivisibile, se si sorvola la proposta laterale di affibbiare il nome del giornale al nuovo partito unitario del centro sinistra. Non vogliamo però farne una questione di parole, basta che il riformismo del partito riformista sia diverso da quello del giornale, ipotesi possibile da realizzare.

La seconda regola, messa li senza giustificazioni, stabilisce che Rifondazione comunista deve necessariamente essere estromessa dalle primarie. Anche qui si tratta di una mera questione di vocaboli. La parola comunista viene contrapposta a quella di riformista. Sappiamo che però la questione è appena più complicata di come ce la vuole far passare Polito. Mi vengono in mente le parole di D'Alema (possiamo chiamarlo riformista?) che parlando di una visita di Clinton (possiamo chiamare anche lui riformista?) in Toscana raccontava un simpatico aneddoto. Il presidente americano si stupiva del fatto che persone che avevano le sue stesse idee si definivano comunisti. Non facciamone quindi una questione di parole. Cerchiamo di scrollarci di dosso alcuni stereotipi e di guardare al significato che quelle parole hanno alla luce dell'evoluzione della società moderna.

Il terzo punto è condivisibile ma difficile da realizzare. Il quarto si poteva anche omettere. Il fatto che Edwards sia diventato il secondo di Kerry è la conseguenza naturale dell'esito delle primarie, e cioè del fatto che Edwards sia effettivamente il secondo uomo, per numero di consensi dei democratici americani. Indire le primarie per stabilire il secondo è come leggere un libro partendo dalla fine.




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28 maggio 2003
L'altra informazione

L'altra settimana è uscita su l'Unità online, e non sul giornale cartaceo, vista la scomodità del pezzo, una lettera di Minà sulla situazione cubana. Sappiamo tutti che Minà è filocastrista, ma quello che dice non è del tutto inventato... Nessuno parla mai però di determinati aspetti della politica estera americana, aspetti quanto mai inquietanti, che costituiscono i mezzi succubi con i quali gli Usa controllano la politica e l'economia internazionale? Nella lettera di Minà c'è solo un piccolo assaggio di come da decenni usa muoversi in politica estera l'America. Se volete qualche ragguaglio in più leggete "L'incredibile menzogna. Nessun aereo è caduto sul pentagono" di Thierry Meyssan. Il libro non parla solo dell'11 settembre e non prova in maniera assoluta le tesi che sostiene ma quantomeno stimola alcune riflessioni... La realtà è più complessa di quanto vogliano farci credere. Meditate gente


Tutto quello che non sapete di Cuba
di Gianni Minà

Caro Direttore,
una notizia apparsa in questi giorni sul Sun Sentinel, un quotidiano molto diffuso in Florida (e segnalatomi da un ricercatore italiano che insegna negli Stati Uniti) mi fa sapere che un gruppo di paramilitari al comando di Roby Frometa, vecchio esperto di guerre sporche, si sta esercitando con armi pesanti in un luogo imprecisato dello stato per "preparare una possibile invasione di Cuba". Frometa aveva recentemente attirato l'attenzione perfino del Wall Street Jurnal, sorpreso che questo imbarazzante "eroe" della comunità anticastrista di Miami, avesse potuto annunciare pubblicamente, insieme al capitano golpista venezuelano Luis Eduardo Garcia, la creazione di una "alleanza civica militare che si propone di abbattere i presidenti Fidel Castro e Hugo Chavez". Ma il portavoce dell'Ufficio della Fbi di Miami, Judy Orihuela, interrogato dal Sun Sentinel a proposito di attentati che Frometa si vantava di aver già compiuto nel territorio cubano, ha risposto che questo tipo di attività non costituiva, "una priorità per il suo ufficio".
Ho riflettuto su queste notizie in questi giorni dolorosi delle sentenze comminate a Cuba contro i dissidenti (quelli veri e quelli ingaggiati dal nuovo disinvolto incaricato d'affari nordamericano James Cason) e specie dopo le condanne a morte subito eseguite a tre degli undici sequestratori di più di 40 passeggeri del traghetto della Baia di L'Avana. Ho riflettuto come cittadino assolutamente contrario alla pena di morte, ma anche come giornalista abituato a lavorare su fatti e riscontri inoppugnabili, prima di esprimere qualunque giudizio.
Accortezza che mi pare non abbia avuto invece né Marina Sereni, responsabile esteri dei Ds, né il segretario Piero Fassino, né quella parte del partito che ora, come i radicali, ha voluto perfino un dibattito parlamentare su Cuba senza aver nemmeno tentato di conoscere quali allarmanti strategie messe in atto recentemente dal governo Bush verso l'Isola, abbiano innescato la esagerata reazione del governo di Fidel Castro. Eppure, era sufficiente consultare qualche giornale liberal nordamericano o ascoltare, magari, vecchi diplomatici come Wayne Smith, incaricato d'affari Usa all'Avana durante la presidenza di Jimmy Carter.
Da cosa erano distratti, per esempio, i vertici Ds mentre decine di deputati laburisti inglesi e il Nobel della letteratura Nadine Gordimer si impegnavano, nel marzo scorso, per liberare dal "hueco", il buco (la prigione punitiva) 5 cubani, infiltratisi nelle organizzazioni terroristiche della Florida per scoprire gli autori degli attentati a Cuba alla fine degli anni '90? Erano stati condannati a pene tombali da un tribunale di Miami, con l'accusa paradossale di aver "pensato di cospirare". Leonard Weinglass, prestigioso avvocato dei diritti civili e difensore di Mumia Abu Jamal che ha assunto ora la difesa in appello di uno dei condannati, ha dichiarato: "Il governo di Washington li ha sotterrati in prigione perché si stavano avvicinando troppo al mondo dei suoi terroristi". Sí, perché gli Stati Uniti, che si sono arrogati il diritto di portare la guerra ovunque in nome della lotta al terrorismo, coltivano, nel proprio grembo, criminali come Frometa o come Luis Posada Carriles che, dopo una vita passata a portar morte in America Latina, nel '97, in nome della Fondazione cubanoamericana di Miami, ha ingaggiato con diecimila dollari il giovane domenicano Cruz autore dell'attentato all'hotel Copacabana di L'Avana dove morì l'italiano Fabio Di Celmo. Posada Carriles, negli Stati Uniti, ha sempre circolato indisturbato.
Ma questi misfatti, incredibilmente, sono sconosciuti a una parte della sinistra italiana, ora intransigente verso Castro. Possibile, per esempio, che questo mondo non si sia indignato quando Otto Reich, vice segretario di stato per l'America Latina, ora rimosso e assegnato a un incarico speciale per l'avversione plateale che aveva suscitato nel continente, ha tentato spudoratamente di inserire Cuba nell'elenco delle nazioni terroriste (dove non c'era l'Afghanistan) e addirittura fra le nazioni che possiedono armi chimiche? È possibile che, chi stigmatizza Cuba assediata da un embargo quarantennale condannato ogni anno dall'Onu, non si sia accorto nemmeno che il governo Bush ha deciso di infrangere l'accordo voluto da Clinton per porre fine all'odissea dei balzeros, un accordo secondo il quale ogni anno 20mila cubani con regolare visto potevano emigrare negli Usa? Dall'ottobre 2002 a febbraio 2003 i visti rilasciati dall'Ufficio che tutela gli interessi degli Stati Uniti sono stati infatti soltanto 580 (rispetto agli ottomila dell'anno precedente).
È molto più conveniente infatti, dal punto di vista della propaganda politica di Washington, che i cubani (gli unici ad ottenere subito il permesso di soggiorno, mentre gli altri latinoamericani vengono cacciati a calci nel sedere) arrivino sulle coste della Florida su imbarcazioni di fortuna o anneghino nella traversata. Ma è ancora meglio se, sollecitati dalla famigerata Fondazione cubano-americana, incominciano a sequestrare aerei o altri mezzi per destabilizzare il paese. Al resto pensa il nuovo incaricato di affari Usa James Cason, con una disponibilità di mezzi, che non ha avuto eguali nel passato (si parla di oltre 22 milioni di dollari). Eppure la democrazia, si sa, non si afferma comprando le persone.
Mentre accadono questi fatti nel disinteresse generale, e mentre l'ambasciatore Usa a Santo Domingo dichiara che "Cuba dovrebbe imparare qualcosa da come è andata a finire in Iraq", duemila persone, in meno di due anni, sono "sparite" negli uffici delle varie polizie degli Stati Uniti per le leggi speciali antiterrorismo (che prevedono anche la licenza di uccidere) senza che le famiglie possano sapere nulla di loro e senza che nessun avvocato li possa difendere. Questa allarmante abolizione dell'elementare diritto dell'habeas corpus, è scivolata come acqua sui vetri nelle coscienze democratiche del nostro paese, ormai sordo anche a tutti i misfatti che ogni giorno, in America Latina, vengono compiuti in nome del neoliberismo, in nazioni che noi definiamo democratiche. Ma su questi misfatti purtroppo i Ds non hanno chiesto un dibattito in Parlamento. Forse è arrivato il momento allora di aprire un confronto con la base, però, decentemente informata su quali guasti sta producendo la politica insensata del governo di Bush Jr., non solo in Medioriente?




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5 maggio 2003
In un mondo di ciechi è fortunato chi ha un solo occhio

In occasione della citazione dell'articolo di Naomi Klein, in uno dei Blog del cannocchiale (ciccio, rubrica ricevo e pubblico), ho deciso di proporvi, per chi non l'avesse ancora letto, l'articolo, tradotto in italiano uscito su The Guardian del 14 aprile. C'è chi ha dato un giudizio troppo affrettato sulle parole della Klein, e chi forse non vuole vedere che il mondo funziona veramente così. Meditate gente.



Bombarda e poi compra

Ciò che si sta pianificando in Iraq non è una ricostruzione ma un furto

Naomi Klein

Lunedì 14 aprile 2003

The Guardian


Il 6 aprile, il Sottosegretario della Difesa Paul Wolfowitz, l’ha detto chiaro e tondo: le Nazioni Unite non avranno alcun ruolo nell’istituzione di un governo temporaneo (ad interim) in Iraq. Il regime, guidato dagli Stati Uniti, durerà almeno sei mesi, “e forse anche di più”. Quando finalmente gli iracheni avranno voce in capitolo nella scelta di un governo, le decisioni economiche chiave circa il futuro del loro paese saranno già state prese dai loro “occupanti”. “Ci deve essere un’amministrazione funzionante fin dal primo giorno” ha detto Wolfowitz “la gente ha bisogno di acqua e di cibo e l’elettricità deve funzionare. Queste sono responsabilità della coalizione”.


Il processo attraverso cui creeranno tutte queste infrastrutture viene solitamente chiamato “ricostruzione”. Ma i progetti americani per il futuro dell’economia irachena vanno ben oltre. Invece di ricostruire, il paese viene trattato come una “tabula rasa” sulla quale disegnare l’economia dei sogni dei neo-liberisti di Washington: privatizzazione al 100% con proprietari all’estero e apertura totale agli affari.


Il contratto di gestione del Porto Umm Qasr da $4.8 milioni è già andato a una compagnia statunitense, la Stevedoring Serv., e ci sono accordi simili anche per l’amministrazione di aereoporti. L’agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale ha incoraggiato le multinazionali statunitensi ad offrirsi dalla ricostruzione di strade e ponti alla distribuzione di libri di testo. La durata di questi contratti non viene specificata. Basterà poco perché tutto ciò si trasformi in contratti a lungo termine per i servizi dell’acqua, i sistemi di transito, strade scuole e telefoni? Quand’è che la ricostruzione diventa privatizzazione occulta?


E poi c’è il petrolio. L’Amministrazione Bush sa bene che non può parlare apertamente della vendita del petrolio iracheno alla Exxon Mobil e alla Shell. Quindi lo lascia fare a persone come Fadhil Chalabi, ex Ministro del petrolio in Iraq e Direttore Esecutivo del Center for Global Energy Studies. “Abbiamo bisogno di far entrare grosse quantità di denaro nel paese, e l’unico modo è privatizzare parzialmente l’industria” dice Chalabi. Quest’ultimo fa parte di un gruppo di esuli iracheni che sta aiutando il Dipartimento di Stato ad implementare la privatizzazione in maniera che non sembri provenire dagli Stati Uniti. L’Amministrazione Bush ha mostrato la sua gratitudine promettendo una larga presenza agli esuli nel governo ad interim.

 

Alcuni ritengono troppo semplicistico definire questa una guerra del petrolio. Hanno ragione. Questa guerra è per il petrolio, per l’acqua, per le strade, i treni, i telefoni, i porti e le medicine. E se non si blocca questo processo, “l’Iraq libero” sarà il paese più venduto al mondo. In un’epoca in cui sempre più paesi in via di sviluppo stanno rifiutando la privatizzazione, e la Free Trade Area, priorità assoluta per l’economia di Bush, è drammaticamente impopolare anche in America Latina, cosa deve fare una superpotenza in recessione e crescita-dipendente? Negoziare con paesi stranieri può risultare difficile. Molto più semplice fare a pezzi una nazione, occuparla e poi ricostruirla a modo tuo. Bush non ha abbandonato il Free Trade, come hanno dichiarato alcuni, ha solo adottato una nuova dottrina: “Bombardare prima di comprare”.

 

La nuova politica va ben oltre questo sfortunato paese. Gli investitori predicono apertamente che una volta radicata la privatizzazione in Iraq, anche Iran Arabia Saudita e Kuwait saranno costretti a competere privatizzando il loro petrolio. Molto presto gli Stati Uniti si saranno introdotti, per mezzo delle bombe, in una zona di libero commercio tutta nuova.


Chris Patten, Commissario per le Relazioni con l’Esterno dell’UE definisce “eccezionalmente maldestro” il fatto che gli Stati Uniti tengano per sé tutti i contratti più “succosi”. Deve imparare a condividere: la Exxon dovrebbe invitare i francesi della TotalFinaElf al tavolo di lucro sul petrolio; la Bechtel dovrebbe dare una chance al Britain’s Thames Water per i “sewer contracts”. Ma tutto ciò va al di là della questione. A chi importa quali multinazionali otterranno le migliori occasioni d’affari nella svendita pre-democratica di liquidazione post-Saddam? Che importanza ha se la privatizzazione sarà unilaterale per gli Stati Uniti, o multilaterale coinvolgendo anche Europa, Russia e Cina?

 

Totalmente assenti da questo dibattito sono gli iracheni, i quali potrebbero – chissà? – voler mantenere qualche loro bene. Quando i bombardamenti finiranno, all’Iraq saranno dovute massicce operazioni riparative, ma in assenza di qualsiasi tipo di processo democratico, ciò che si sta pianificando non è una ricostruzione o una riabilitazione. E’ un furto di massa travestito da opere di carità, privatizzazione senza rappresentazione.


Un popolo già affamato e malmesso dalle sanzioni, poi polverizzato dalla guerra, emergerà da questo incubo per scoprire che il suo paese è stato svenduto sotto i suoi occhi. Scoprirà anche che questa ritrovata “libertà” – per la quale così tanti hanno perso la vita – ha la forma di decisioni economiche irreversibili, prese in camere di consiglio mentre le bombe ancora cadevano. Gli verrà poi detto di votare per i loro nuovi leader, e saranno benvenuti nel fantastico mondo della democrazia.




permalink | inviato da il 5/5/2003 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
24 aprile 2003
Ponte ponente ponte ppì

Motociclisti di tutto il mondo... unitevi.


Il biker solitario





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